Cicerone e la felicità su misura perché secondo il filosofo la felicità è questione di giusta misura

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Sincretismo ed eclettismo sono i tratti peculiari della ricezione della filosofia greca da parte di Cicerone.

All’uomo virtuoso non manca nulla per essere felice

Nel 46 a.C. il secondo dei suoi Paradoxa Stoicorum argomenta retoricamente in un paio di paginette vivaci e scorrevoli il concetto stoico secondo cui all’uomo virtuoso non manca nulla per vivere felicemente. Il tema ritorna l’anno seguente nel quinto libro delle Tusculanae, arricchito dallo spessore di un’esperienza biografica segnata, nel privato, dalla morte della figlia Tullia, nel pubblico dalla dittatura di Cesare. Così si assiste al crollo della sua visione della società e del mondo.

La felicità di Cicerone “nel ritiro della vita contemplativa”

Nell’abbattimento di quei mesi Cicerone appare sempre più incline a riporre la felicità nel ritiro della vita contemplativa: notoriamente vanitoso, egli giunge al punto di biasimare l’oratore Demostene, che si compiaceva nel vedersi segnato a dito dai suoi concittadini. Mentre giunge al punto di lodare Democrito, che diceva di sé: “sono giunto ad Atene e nessuno mi ha riconosciuto”.

La figura assunta a modello è quella di un sapiente che sa distaccarsi dalle miserie umane e si sublima come puro pensiero, in attesa della morte liberatrice.

Cicerone Tusculanae disputationes V 105-106

“Da quanti fastidi dunque si liberano coloro che non instaurano alcun rapporto con il popolo! Che c’è infatti di più dolce di una vita tranquilla dedita agli studi, soprattutto a quegli studi che ci permettono di conoscere l’immensità dell’Universo e della natura e, in questo stesso mondo, il cielo, la terra, e i mari? Raggiunto dunque il disprezzo degli onori, raggiunto il disprezzo del denaro, che cosa resta da temere?

Il De Officiis di Cicerone (una virtù moderata)

Un paio di anni dopo, nel De Officiis, Cicerone ritornerà sui suoi passi prospettando per l’etica della società urbana e mondana una virtù moderata, largamente aperta a quelli che per la terminologia stoica erano gli adiaphora, cioè i comportamenti indifferenti e i proegmena, le cose preferibili.

“Così quei doveri, dei quali parlo in questi libri, gli stoici li chiamano medi: sono comuni e di larga applicazione, e sono praticati da molti, per bontà di natura o per progresso di educazione. Quel dovere che invece gli stoici chiamano retto, è assoluto e perfetto e, come essi dicono, si trova soltanto nel sapiente.

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