Le difficoltà sul lavoro e il mobbing quando i colleghi diventano nemici

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La parola “mobbing” è stata inizialmente usata nel campo dell’etologia. La usò per la prima volta Konrad Lorenz per spiegare il comportamento aggressivo di alcune specie di uccelli nei confronti dei loro simili per farli allontanare dal gruppo. Dall’inglese infatti mob vuol dire “aggredire qualcuno”.

A introdurre nell’ambito della psicologia la parola mobbing è stato per la prima volta lo psicologo tedesco Leymann. Con questa parola lo psicologo ha voluto intendere l’insieme di azioni tendenziose che hanno lo scopo preciso di “distruggere” emotivamente e lavorativamente un collega. Con mobbing non si intendono conflitti che possono normalmente rientrare nei rapporti di lavoro. Il mobbing è un’azione più specifica, ovvero si tratta di un’attività persecutoria di gruppo diretta ad un individuo preciso del gruppo di lavoro.

L’obiettivo del gruppo che esercita il mobbing è quello di allontanare il collega dal luogo di lavoro. Secondo gli esperti è sbagliato dare la colpa alla vittima poiché essa non è responsabile della sua situazione. Il mobbing lo possiamo suddividere in diverse fasi, tra cui la prima è quella dei primi attacchi che a poco a poco vanno aumentando.

Successivamente iniziano le scorrettezze e tutti si rifiutano di collaborare con la persona colpita dal mobbing. Nell’ultima fase poi troviamo gli abusi di potere e le violazioni del diritto. Si può addirittura arrivare alla fase in cui il gruppo di colleghi tacciano di instabilità psichica la vittima, che di fatto è diventata aggressiva e depressa. La persona vittima di mobbing viene quindi lentamente isolata e attaccata sotto il profilo psicologico, emotivo e sociale.

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