La teoria delle illusioni ottiche in psicologia

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La teoria delle illusioni ottiche in psicologia

La teoria delle illusioni ottiche risale alle ricerche di psicologia scientifica tra 800 e 900. Si tratta di un fenomeno che si conosce fin dall’antichità ma gli studi scientifici risalgono alla fine dell’800. Inizialmente venivano variati i parametri degli stimoli e si controllava se l’illusione manteneva oppure no.

Una delle illusioni più studiata fu quella ideata da Muller-Lyer nel 1889. Ovvero linee verticali della stessa lunghezza appaiono progressivamente più grandi aumentando l’angolo dei segmenti che formano una specie di freccia.

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Un’altra illusione ottica famosa è quella del cubo di Necker, dal nome dello scienziato. In questa illusione ottica la prospettiva del cubo è continuamente reversibile. Successivamente comparvero altre illusioni ottiche chiamate “ottico-geometriche”. Ma un’illusione ottica importante per lo sviluppo delle ricerche in psicologia è quella relativa al movimento. Nel 1834 R. Addams descrisse l’illusione della cascata. Secondo questa teoria se si osserva cadere l’acqua da una cascata e poi si spostano gli occhi verso delle rocce, avremo l’illusione che le rocce si spostano verso il basso. Si tratta di immagini consecutive, cioè di immagini che si formano dopo l’osservazione prolungata di un oggetto.

Le immagini consecutive hanno caratteristiche opposte agli stimoli che sono stati precedentemente osservati. La più nota illusione di movimento è tuttavia quella descritta da M. Wertheimer (1912). Si tratta del cosiddetto movimento fenomenico.

Per fare un esempio le aurore boreali non sono propriamente un’illusione ottica. Un’illusione ottica ci fa vedere cose che non esistono o cose diverse dalla realtà. Un fenomeno ottico è invece reale.

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Oltre alle spiegazioni della teoria della forma, nella seconda metà del 900 sono state avanzate altre ipotesi basate sui dati nuovi della neurofisiologia. Secondo questi dati le illusioni dipenderebbero da caratteristiche innate dei sistemi sensoriali. Oppure, secondo l’approccio cognitivo, da processi mentali di ricostruzione dello stimolo secondo criteri e aspettative dell’osservatore.

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