Attualità

La teoria dei bisogni di Abraham Maslow

La teoria dei bisogni di Abraham Maslow

Tra il 1943 e il 1954 lo psicologo statunitense Abraham Maslow concepì il concetto di “gerarchia dei bisogni o necessità”, divulgandola nel libro Motivation and Personality del 1954. In sintesi “L’individuo si realizza passando per i vari stadi, i quali devono essere soddisfatti in modo progressivo.”

Alla base della piramide di Maslow troviamo i bisogni di sopravvivenza: fame, sete, sonno, sesso, respiro, termoregolazione ecc. Un gradino più in alto troviamo il bisogno di sicurezza: senso di sicurezza, di stabilità, di protezione, di famiglia, di lavoro ecc. Nel terzo gradino ritroviamo i bisogni sociali: affetto, amicizia, accettazione, comprensione del proprio modo di essere. Al penultimo gradino abbiamo i bisogni di stima: autostima, rispetto degli altri e dagli altri, produttività. All’ultimo gradino troviamo i bisogno di autorealizzazione: moralità, verità, giudizio, serenità, creatività…

I bisogni si presentano secondo una precisa scala gerarchica:
•un bisogno di livello più elevato non è motivante per un individuo se egli non ha soddisfatto prima i bisogni di livello inferiore.
•Perché un bisogno di livello gerarchico superiore emerga è necessario che quelli di ordine inferiore siano stati tutti soddisfatti.

Affinché un individuo sia motivato ad impegnare le proprie forze e le proprie abilità nel realizzare il proprio sé, le proprie aspettative, i propri desideri è necessario che abbia soddisfatto precedentemente la possibilità di nutrirsi, vivere stabilmente in un luogo ove si senta al sicuro e protetto.

“…è necessario che questo viva all’interno di un gruppo sociale che gli fornisca affetto e senso di appartenenza e che lo metta nelle condizione psicologiche di crearsi occasioni di stimolo al rafforzamento della propria personalità, tramite le quali ottenere prestigio anche tra i membri del gruppo.”

• Ogni bisogno stimola la persona ad agire per far si che esso sia soddisfatto
• Il soddisfacimento di un bisogno rende poco sensibile la persona ad ulteriori stimoli di quel tipo e la portano a cercare di soddisfare bisogni di livello più alto

DEFINIZIONE DI MOTIVAZIONE 
 La motivazione è il processo di attivazione dell’organismo finalizzato alla realizzazione di un determinato scopo in relazione alle condizioni ambientali. Studio del perché dell’agire umano
 La motivazione è generalmente concepita dagli psicologi come un processo o un insieme di processi che inizia, guida supporta e infine termina una sequenza di comportamenti diretti ad uno scopo

 Etimologicamente la parola motivazione proviene dal latino motus, cioè muovere, movimento, spinta per
svolgere una certa attività
 La motivazione, in senso lato, concerne il perché del comportamento: quindi concerne le cause e il fine dei
nostri comportamenti (es., fame)
 La motivazione è quindi un fenomeno prima di tutto interiore; nasce “dentro di noi”. In questa prospettiva è simile al concetto di emozione e ad esso fortemente collegato

Con attivazione dell’organismo connotiamo la motivazione sotto l’aspetto biologico/fisiologico/psicologico
 Con realizzazione di un dato scopo connotiamo la motivazione sul piano cognitivo
 Con condizioni ambientali connotiamo la motivazione in base all’influenza sociale/culturale
 Esso è, infine, un processo, in quanto ha un inizio, una durata e intensità (qualità) e una fine.

La dipendenza da videogiochi negli adolescenti

La dipendenza da videogiochi negli adolescenti

L’adolescenza è un’età piena di ostacoli. E’ una fase difficile in cui molti pericoli sono presenti. Tra questi pericoli ricordiamo la dipendenza da videogiochi, sempre più diffusa tra i giovani.

Tra gli adolescenti sono molte le abitudini nocive che continuano a diffondersi. L’adolescenza è un’età delicata che richiede molta attenzione. Sono sempre di più i giovani che si chiudono in un mondo isolato e lontano dalla realtà. I videogiochi e la dipendenza da gaming concorrono a questo isolamento. E’ molto rischioso, infatti, estraniarsi dal reale e chiudersi in un mondo tutto virtuale. La chiusura in mondo virtuale mette in pericolo l’adolescente che rischia di allontanarsi dalla scuola e dagli affetti. Una vita reale è sicuramente più sana ed appagante. Può succedere che il giovane si senti minacciato e in difficoltà difronte al mondo esterno. Così decide di chiudersi in un mondo surreale fatto di fantasia e virtuale.

Un’adolescenza sana è caratterizzata dalla socializzazione e dalla frequentazione della scuola e dei coetanei. L’isolamento è un ritiro dal mondo che suona come campanello d’allarme di altre problematiche. Molto spesso gli adolescenti che si chiudono in un mondo virtuale hanno difficoltà a mostrare la propria persona. Il più delle volte non si è realizzata ancora pienamente un’identità ben definita. I giovani stentano a riconoscersi e hanno paura di affrontare la vita. Molto spesso ritroviamo problemi di autostima e timori da varia natura. Questi comportamenti richiedono l’attenzione della famiglia. I primi ad accorgersi del comportamento anormale del giovane sono i genitori e i familiari. Quando l’isolamento si protrae per lungo periodo è fondamentale chiedere aiuto.

I videogiochi hanno la capacità di catturare completamente la vita del giovane e creano una realtà virtuale da cui è poi difficile uscire. Sono troppo i giovani che si chiudono nelle loro camerette evitando di affrontare il mondo. Molti lasciano anche la scuola, allontanandosi dagli studi. Questo isolamento danneggia molto la persona e estraniarsi dal reale può portare a crisi d’identità. Così il giovane non si riconosce più e si allontana anche dalla famiglia. I social hanno alimentato questo fenomeno e i ragazzi si creano sempre più spesso amicizie virtuali lontane dal mondo reale. Si riscontra difronte a queste problematiche un cattivo rapporto con il proprio corpo e con la propria personalità. L’adolescente non riesce ad accettarsi e non riesce ad esprimere la propria personalità.

Tutte queste manifestazioni richiedono aiuto e attenzione e bisogna chiedere appoggio e supporto alle figure competenti come assistenti sociali, psicologi, psicoterapeuti e in alcuni casi neurologi. Queste figure sanitarie di riferimento possono aiutare l’adolescente a ritrovare contatto con la propria identità e a riappropriarsi della propria vita. E’ importante aiutare il giovane in un percorso di riscoperta del proprio sé e del proprio corpo. Il terapeuta deve guidare l’adolescente verso l’accettazione di se stesso e il suo riconoscimento. A passi graduali può avvenire una riabilitazione e un nuovo ritorno alla vita reale.

Fortunatamente anche in adolescenza è possibile recuperare la propria identità smarrita e un nuovo riconoscimento di sé. Il percorso da intraprendere non è facile ma la riabilitazione è possibile. La famiglia deve fungere da supporto per il ragazzo e deve cogliere le richieste di aiuto. Alcuni terapeuti sono specializzati proprio nei percorsi di recupero dalle dipendenze e per questo è possibile trovare specialisti proprio in questo campo. La dipendenza va superata con un graduale distacco dai videogiochi e con un lento e graduale rinserimento all’interno della società esterna. Vanno rispettati i tempi del giovane e non va eccessivamente forzato ma va riabilitato con le modalità adeguate e i tempi giusto di recupero.

La scuola dell’inclusione: come accogliere e aiutare

La scuola dell’inclusione: come accogliere e aiutare

La scuola è l’istituzione che ci dà la possibilità di inserirci nel mondo a pieni titoli. Senza la scuola sarebbe veramente molto difficile adattarsi alla società. E’ quindi il pilastro su cui poggia la vita di tutti i giovani.

La scuola dovrebbe essere innanzitutto una scuola dell’inclusione. E’ quell’istituzione dove non si deve fare nessuna distinzione di sesso, di razza, di religione, di condizioni economiche e sociali ecc. Tutti i bambini e i giovani devono essere integrati e accolti all’interno dell’ambiente scolastico. La scuola è per ogni persona il pilastro su cui poggia tutta la sua vita. La scuola deve sempre accogliere e mai escludere. Anche chi è portatore di handicap deve trovare a scuola le condizioni ottimali per sviluppare le proprie potenzialità.

La scuola ha un ruolo decisivo nella vita di ognuno. Fin dall’infanzia si gettano le basi per la vita personale e futura di ogni persona. La scuola è il primo step da cui partire per fare accesso all’interno della società. E’ per questo che le istituzioni scolastiche devono permettere a ciascun alunno di sviluppare le proprie potenzialità. Gli insegnanti devono essere oggi sempre più preparati per affrontare problematiche nuove. Sempre più presenti devono essere le figure educative per supportare ogni alunno nel suo percorso. Devono essere perciò coinvolti assistenti sociali, educatori, pedagogisti e psicologi. Tutte queste figure contribuiscono alla sana crescita e emancipazione di ogni giovane alunno.

Fondamentale è il diritto allo studio e alla preparazione per il futuro. Per questo bisogna pensare sempre di più ad integrare e aiutare i giovani alunni. E’ importante arginare la dispersione scolastica e fare in modo che tutti i giovani completino il loro percorso di studi. Per questo gli alunni devono essere seguiti anche dal punto di vista pedagogico e psicologico per affrontare le proprie paure e difficoltà. E’ importante che gli insegnanti creino un gruppo classe coeso dove i giovani si aiutano e supportano a vicenda. Mai devono essere fatte distinzioni tra gli alunni e tutti devono essere uguali difronte allo studio. Il diritto allo studio è inviolabile e ognuno deve avere le possibilità di apprendere e arricchirsi grazie alla scuola.

La scuola è anche il luogo dove si apprende il vivere civile. Per questo gli insegnanti devono insegnare le regole e le condotte da tenere nell’ambiente scolastico. La condotta appresa a scuola accompagnerà la persona nel corso della sua esistenza. E’ per questo che la scuola è un luogo di arricchimento e di crescita essenziale. Gli insegnanti devono dare il migliore esempio agli alunni e devono aiutare ognuno a intraprendere la propria strada. La scuola è quindi un punto di riferimento e di orientamento che sta alla base della vita sociale. Infatti, a scuola si apprende anche la socializzazione che è essenziale per interagire nel mondo.

La dispersione scolastica può essere arginata creando degli sportelli di supporto alla studente dove il giovane può esprimere le proprie difficoltà. Per questo esistono dei centri territoriali che si occupano proprio delle problematiche scolastiche. I genitori devono collaborare con la scuola e non andare contro. Scuola e famiglia devono comunicare e dialogare e creare un ambiente di sano scambio e supporto. Nessun alunno deve essere lasciato indietro e per questo gli insegnanti devono lavorare in base ai tempi di apprendimento del gruppo classe. E’ importante che vengano rispettati i ritmi e i tempi di ogni studente. Per quanto riguarda le difficoltà individuali si devono assegnare insegnanti di sostegno laddove ci sono delle difficoltà specifiche.

Oggi sempre più diffusi tra gli studenti sono i BES (bisogni educativi speciali) che meritano sempre più attenzione e ascolto. E’ fondamentale individuare i bisogni. Gli alunni devono essere seguiti con la massima accuratezza e ognuno va aiutano in base alle sue necessità.

Lo studio deve essere un momento di apprendimento e di crescita. Soltanto ascoltando e rispondendo nella maniera adeguata ai bisogni dei giovani alunni si può permettere un’adeguata crescita e integrazione. Tra i bisogni educativi speciali ricordiamo: difficoltà fisiche e psichiche, handicap, disturbi dell’apprendimento, disturbi dell’attenzione, difficoltà di socializzazione. Per ognuna di queste problematiche deve essere effettuato un adeguato intervento e bisogna dare il giusto supporto a ogni alunno coinvolto. Ogni alunno deve avere equa possibilità di sviluppare le proprie abilità e potenzialità.

Lavoro e stress: come liberarsene

Lavoro e stress: come liberarsene

Lavoro e stress sono due fenomeni che vanno di pari passo. Non è facile gestire i momenti di crisi, l’accelerazione dei tempi di decisione, le situazioni di incertezza.

Lavoro e stress: ma cosa si intende con stress?

Lo stress è una reazione emotiva intensa a una serie intensa di stimoli. Questi stimoli mettono in moto risposte fisiologiche e psicologiche di natura adattiva. Gli sforzi della persona possono fallire quando lo stimolo da affrontare supera la capacità di risposta. In questo modo segue lo stress cronico e la persona si sente vulnerabile. Si presenta così la malattia psichica legata a lavoro e stress di tipo psichico e somatico.

Ad introdurre la parola stress fu W.B. Cannon e fu poi ridefinita da H. Selye. Secondo questi studiosi la parola stress vuol dire “la risposta non specifica dell’organismo a ogni richiesta effettuata ad esso”. Esistono diversi agenti stressanti secondo la psicologia. Per esempio stressanti sono: stimoli fisici come il caldo e il freddo, sforzi muscolari, stimoli emozionali, attività sessuale ecc. La risposta dell’organismo è l’attivazione dell’asse ipotalamo ipofisi da cui si liberano i corticosteroidi.

Lavoro: quando diventa intollerabile

Il lavoro è ciò che ci nobilita e ci fa muovere e agire quotidianamente. E’ per noi indispensabile lavorare ed è una questione importantissima. Tuttavia non tutti gli ambienti di lavoro sono sani. Molto spesso accade che si creano dei disagi così forti da provocarci uno stress insopportabile. Svegliarsi all’alba tutti i giorni, correre per non fare ritardo, l’elevata quantità di faccende da svolgere, i colleghi che non aiutano in questa situazione. In questo modo lavoro e stress diventano due sinonimi che ci annientano e ci fanno perdere tutte le energie.

Lavoro e stress

Alcuni lavori richiedono un grande sforzo mentale mentre altri richiedono un’elevata energia fisica. Tutti questi sforzi possono prosciugarci le energie e renderci vulnerabili. Cosa fare allora per moderare lo stress da lavoro? Non è semplice rispondere a questa domanda poiché il lavoro è indispensabile per vivere e andare avanti. Nonostante questo è possibile seguire dei suggerimenti per tenere sotto controllo lo stress. Per esempio ritagliare dei momenti della giornata per riappropriarsi delle proprie energie è un’ottima soluzione. Come fare? Qualsiasi sia il lavoro che tu svolgi dovresti provare a trovare almeno un’ora per dedicarti a qualcosa che può farti piacere.

Il lavoro non deve essere la tua unica ragione di vita

Il lavoro non deve essere il tuo unico interesse e la tua unica ragione di vita. Sicuramente è una parte fondamentale della tua vita ma non dedicarci 24 ore su 24. Inoltre stai attento a non ossessionarti con la precisione, tutti possono avere dei momenti di calo in cui si è meno produttivi. Non punirti nei tuoi momenti “no” ma prendili come un’occasione per essere più comprensivo e gentile con te stesso. Non sempre si può essere produttivi al 100 per cento ed è normale che ci saranno momenti in cui le energie calano e non devi rimproverarti.

I tuoi obiettivi e i tuoi impegni dovrebbero essere il più possibile flessibili. Non devi fissarti degli obiettivi eccessivamente difficili da raggiungere. Non essere troppo severo con te stesso e non pretendere oltre il limite. Tra un lavoro e l’altro puoi prenderti un attimo di pausa per respirare e riprendere le forze. Non fare le cose in maniera ossessiva ma datti un momento per rilassarti e riposarti.

Un altro consiglio che posso darti è di trovare un po’ di spazio per dedicarti alla meditazione e al rilassamento. Praticare l’autoconsapevolezza aiuta a sentirsi più stabili e ad accettarsi maggiormente. Con questi piccoli accorgimenti dovresti evitare di trovarti in una sindrome di “bornout”, ovvero di completa sopraffazione dallo stress da lavoro. Se la situazione dovesse diventare insostenibile puoi rivolgerti ad uno specialista che potrà aiutarti a ritrovare la tua stabilità e il tuo equilibrio.

Quando devi preoccuparti e chiedere l’aiuto di uno specialista?

Se a causa del tuo stress da lavoro dovessero presentarsi dei sintomi ben specifici è forse il caso di rivolgersi ad uno specialista. Alcuni dei sintomi che possono presentarsi e che richiedono attenzione sono: insonnia, irritabilità, tendenza a fare uso di sostanze e consumo di alcol, emicrania, problemi nel rapporto con i colleghi. In questi casi, quando la situazione diventa intollerabile, è arrivato il momento di farsi aiutare da una persona competente. Puoi trovare facilmente nella tua città uno psicologo del lavoro che può insegnarti delle tecniche utili a fronteggiare le problematiche da lavoro e stress.

Uno specialista ti aiuterà ad imparare a pianificare la tua giornata, gestire la concentrazione, non perdere di vista la motivazione, ridurre il lavoro multitasking ecc. Tutte queste tecniche ti aiuteranno a liberarti dallo stress da lavoro e a ritrovare la tua armonia.

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https://it.wikipedia.org/wiki/Stress

Il discorso sulla pace di Papa Giovanni Paolo II

Il discorso sulla pace di Papa Giovanni Paolo II

Papa Giovanni Paolo. Papa Giovanni Paolo.

Il più bel discorso sulla pace di Papa Giovanni Paolo II:

Una lettura per meditare.

Leggiamo queste parole con una mano sul cuore in questi tempi in cui la guerra tra Russia e Ucraina sta devastando e inquietando l’umanità.

Discorso sulla pace…”Che sia concordia questa pace a cui aspira ogni popolo e ogni persona umana e ogni famiglia. Dopo tanti tempi di sofferenza avete finalmente un diritto a vivere nella pace. E questi che sono colpevoli di disturbare questa pace, questi che portano sulle loro coscienze tante vittime umane devono capire che non è permesso uccidere innocenti. Dio ha detto una volta <<non uccidere. L’uomo non può uccidere qualsiasi umana agglomerazione, la mafia non può calpestare questo Santissimo diritto di Dio.>> Questo popolo è talmente attaccato alla vita, è un popolo che ama la vita, che dà la vita. Non può vivere sempre sotto la pressione di una civiltà contraria, civiltà della morte. Qui ci vuole civiltà della vita. Nel nome di questo Cristo crocefisso e risorto, di questo Cristo che è vita, via, verità e soprattutto vita. <<Lo dico ai responsabili “convertitevi” perché una volta verrà il giudizio di Dio.>>

discorso sulla pace.

Il discorso sulla pace di Papa Giovanni Paolo II ci risveglia gli animi e ci fa comprendere quanto sia importante rispettare la vita, il prossimo, la via della verità e della luce. Cristo è morto crocifisso in nome della vita e in nome della parola di Dio. Ascoltiamo questa preghiamo di Papa Giovanni Paolo II facendo nostre le sue sante parole che ci arricchiscono e ci riempiono il cuore di bene e di verità.

E’ fondamentale meditare su queste parole che danno speranza di pace e di vita. La vita è un bene troppo prezioso e va rispettata in ogni sua forma. Niente ci permette di uccidere e di togliere la libertà e la vita. Nessuno merita di essere travolto nelle guerre. In tempi così duri come quelli che stiamo vivendo le parole di Papa Giovanni Paolo II risuonano di una profonda verità. Abbiamo bisogno di pace, abbiamo bisogno di speranza, di amore verso di noi e verso il prossimo.

Nessuno ha il diritto di invadere un popolo e di devastarlo. Come dice Papa Giovanni Paolo II un giorno arriverà il Giudizio di Dio. Quel giorno tutti i colpevoli risponderanno delle violenze che hanno commesso e ci sarà il giudizio e la pena per chi non ha rispettato la via del bene e della vita.

Nel suo Testamento Papa Giovanni Paolo II si rivolge ai giovani con queste parole: “è difficile credere nel mondo nel 2000. Si è divisi, non è il caso di nasconderlo. E’ difficile ma con l’aiuto della grazia è possibile. Gesù cercate quando sognate di felicità. E’ lui che vi aspetta quando niente vi soddisfa di quello che trovate, la bellezza che tanto vi attrae, che vi spinge a deporre le maschere tenendo alta la vita, che vi legge nel cuore le decisioni più vere che altri vorrebbero soffocare..”. 

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https://www.youtube.com/watch?v=QYOY1hZSjfk

https://www.youtube.com/watch?v=cQOTYe_o7Pw&t=137s

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I bambini devono vivere la loro infanzia

I bambini hanno il diritto di sentirsi bambini, di vivere la loro infanzia serenamente. Soprattutto hanno bisogno di vivere il loro diritto al gioco. Il gioco è fantasia, immaginazione, scoperta e creazione. I bambini non vanno adultizzati.

L’infanzia è l’età dell’innocenza e va protetta da possibili traumi e dolori di perdite. Una delle perdite più grandi che può vivere un bambino è proprio quella del proprio diritto all’età infantile. Questa età è preziosa e va protetta soprattutto dai genitori e poi dalla società. La società tende a adultizzare il bambino che già molto piccolo viene sottoposto a tante richieste e pretese dagli adulti. Il bambino è soprattutto portatore di diritti e i doveri a quell’età devono essere limitati.

Il bambino deve vivere l’età dell’innocenza e della fantasia e deve poter sperimentare il mondo con gli occhi dello stupore. Il bambino deve stupirsi, deve capire che la vita è un sogno da realizzare ed è proprio in questa fase che deve iniziare ad avere dei desideri. Tutto questo gli deve essere permesso e non può essere violato il suo diritto alla creatività e al desiderio.

Sicuramente questi diritti si esplicano attraverso la scuola e il gioco. Il gioco è una componente fondamentale dell’infanzia e va garantito e permesso a tutti i bambini senza nessuna distinzione. I bambini devono poter fantasticare, immaginare e creare. La creatività è già tanto sviluppata nell’infanzia e il bambino è un essere altamente creativo.

Bisogna proteggere l’infanzia dal dolore delle perdite, degli abbandoni perché questi sono traumi che potrebbero segnare tutta la vita futura del piccolo. I bambini non vanno mai abbandonati e hanno bisogno delle cure e dell’affetto sia della mamma che del papà. È proprio nell’infanzia che si gettano le basi per una vita futura serena e appagante.

I bambini sono un dono prezioso per la società e soprattutto sono il futuro della nostra Terra. È per questo che vanno trasmessi sani valori e sani principi che permettono ai bambini di vivere secondo delle coordinate e grazie all’aiuto di una guida. Le guide durante l’infanzia sono rappresentate dai genitori e dalle figure educative, oltre che dai fratelli e sorelle più grandi. Tutte le figure significative devono essere un punto di riferimento e devono contribuire sinergicamente alla vita del piccolo. I punti di riferimento sono essenziali perché i bambini devono seguire degli esempi positivi.

L’infanzia non va mai violata e al bambino non vanno fatte richieste eccessive ma bisogna pesare le richieste in base al livello di sviluppo raggiunto del bambino e in base alle sue capacità. Soprattutto evitiamo di tenere i nostri piccoli troppo tempo davanti agli schermi come TV e tablet. Oggi è diventata una pratica diffusa intrattenere i bambini con gli smartphone. In realtà il bambino ha bisogno di un divertimento sano e ha bisogno di sperimentare il corpo e la manualità. Ha bisogno, quindi, di giochi che associano il lato educativo al lato creativo e fantasioso. I bambini devono divertirsi in modo sano e soprattutto insieme ai coetanei.

La socialità è, infatti, un aspetto fondamentale e il piccolo deve poter socializzare sia con le figure più adulte che con altri bambini della su età. Bisogna contribuire sotto tutti gli aspetti alla protezione e alla difesa dell’età dell’infanzia che è tanto preziosa e delicata da richiedere un grande impegno ai genitori, alla scuola e alla società in generale.

La sindrome del narcisismo postmoderno

La sindrome del narcisismo si manifesta con un’esperienza pluridimensionale di vuoto interiore. Molti studiosi dei mutamenti culturali nell’era del narcisismo sono d’accordo nell’individuare l’effetto più significativo della sindrome narcisista nell’esperienza di un vuoto interiore.

Il vuoto interiore del narcisista presenta tre caratteristiche: è ambivalente, è radicale e ha subito una metamorfosi durante la transizione dal periodo iniziale del narcisismo, risalente agli anni Settanta del secolo scorso. Il vuoto del narcisista si origina da un contesto culturale caratterizzato come sappiamo dalla chiusura al mondo, al futuro e al passato e da un abbassamento dei livelli di aspirazione e di aspettativa.

Il narcisismo primario infantile viene identificato come un narcisismo per così dire sano e necessario allo sviluppo della personalità. Ma quando questa forma non viene superata l’uomo può cadere in un vissuto drammatico poiché si concentra sul proprio corpo perché innamorato e ossessionato della propria immagine. Questa è la nuova teoria psicoanalitica che ha in parte contribuito a ridisegnare questa immagine.

Secondo la teoria Freudiana il riapparire del narcisismo in età adulta sta a indicare una regressione della personalità, ed ecco la seconda forma di narcisismo, quella definita come patologica. Questo accade anche a quei soggetti che ritirano qualsiasi forma di interesse verso l’esterno riversandolo su loro stessi, rifiutando le persone e la realtà.

In questi casi è l’ES ad avere la meglio sull’IO. Ciò che le persone narcisistiche hanno in comune in tutte le loro manifestazioni è un senso tutto interiore, che può diventare terrore, inadeguatezza, vergogna, debolezza, inferiorità ma anche sfruttamento ed evasione. I loro comportamenti compensatori possono essere molto diversi, ma rivelano preoccupazioni e bisogni simili.

Spesso il narcisista postmoderno si deresponsabilizza per fare in modo che qualcun altro agisca al suo posto. Il tema della responsabilità è una dimensione di fondamentale importanza per caratterizzare in modo evidente la figura del narcisista. Ogni narcisista vorrebbe delegare quanto più gli è possibile, pensando che le cose debbano accadere senza fare nessuno sforzo.

Secondo lo psichiatra di orientamento spirituale M. Scott Peck, la capacità di esercitare in modo disciplinato la responsabilità costituisce un fondamentale criterio diagnostico che differenzia i nevrotici da coloro che hanno un disturbo di personalità narcisistico. Mentre i primi tendono ad assumersi la responsabilità delle proprie difficoltà, dei propri problemi e degli altri, i secondi non si considerano la fonte dei propri problemi ma accusano il mondo e gli altri di procurargli continue sofferenze.

Il narcisista non riesce mai ad essere soddisfatto di quello che possiede perché il suo è un catapultarsi con avidità sempre altrove. Il suo demone interiore è un vuoto disperante. L’odio e la competizione si insinuano per cercare di colmare l’angoscia di questo vuoto quasi incolmabile.

Quello che accomuna le persone narcisiste è la mancanza di empatia che provoca un’assenza dell’altro. La persona così si isola nel suo mondo interiore e in questo modo nasce in essa un bisogno, un desiderio, una ricerca di un nutrimento soddisfacente. L’impossibilità di gratificazione provoca la rabbia narcisistica ma se vengono messi in atto comportamenti organizzati al raggiungimento di un nutrimento soddisfacente la persona può ottenere una gratificazione. Grazia al nutrimento e alla gratificazione vi è l’assenza di colpa e pentimento.

Un altro aspetto psicopatologico della personalità narcisistica è la tendenza a proiettare sugli altri le immagini inaccettabili del sé. Questo è un processo che avviene in tutti noi, ma nel narcisista assume una forma più marcata che balza facilmente agli occhi. I difetti che si vedono negli altri sono collegati con qualcosa che è dentro il narcisista, con un pezzo della sua personalità che tende a mettere addosso a chi lo circonda. Questo è un classico meccanismo di difesa per non guardare a se stessi e per riversare la responsabilità sugli altri.

Compiti a casa per i bambini (si o no)?

Compiti a casa per i bambini (si o no)?

La scuola è uno dei più grandi istituti di formazione insieme alla famiglia. Tuttavia ci poniamo delle domande “compiti a casa si o no?”

I bambini passano a scuola gran parte del loro tempo e a scuola imparano le basi del vivere e dell’educazione. Fondamentale è anche il loro apprendimento delle materie scolastiche, centrali sono lo studio dell’italiano, della matematica, dell’informatica, della geografia ecc. Sono tutte materie che saranno poi indispensabili per proseguire gli studi e per entrare nel mondo del lavoro. I bambini tuttavia devono concentrarsi nelle ore del mattino che sono le ore migliori per l’apprendimento. La mente, infatti, in quella parte della giornata è più fresca e sembra essere quasi una spugna.

La mente del bambino è infatti paragonabile a una spugna poiché assorbe tutti gli stimoli o gran parte degli stimoli dell’ambiente circostante e in questo modo impara a scuola e casa. Le maestre della scuola primaria insegnano ai bambini le basi del vivere civile e dell’educazione ma non meno importanti sono anche le nozioni di basi e il sapere culturale delle materie oggetto di apprendimento.

Nelle ore scolastiche il bambino deve apprendere nel modo migliore e con gli strumenti opportuni grazie alle grandi capacità di insegnanti e educatori. Ma i compiti a casa sono indispensabili si o no?

Secondo il mio parere di pedagogista e educatrice i compiti a casa hanno valore e sono importanti solo se sono preceduti da un adeguato apprendimento a scuola. Non si può assegnare a casa un argomento che non è stato sufficientemente approfondito in classe. A casa deve esserci una ripetizione di ciò che è stato imparato a scuola. I compiti a casa non devono essere eccessivi e non devono occupare tutto il pomeriggio del bambino.

Il bambino, infatti, ha anche altre esigenze come fare sport per la propria salute fisica e psichica e incontrare e giocare con gli amici. La vita sociale e la socializzazioni sono fondamentali proprio quanto i compiti a casa. Per cui, dovrebbe essere calcolato un tempo di studio che non supera le due ore-due ore e mezza. Tutto quello che dovrebbe fare a casa un bambino è ripetere ciò che ha già compreso a scuola e non studiare da zero un argomento. Tuttavia delle esercitazioni per ripassare e per fissare i concetti possono essere opportune ma non si deve mai esagerare con la quantità di esercitazioni.

L’apprendimento è un dovere ma un buon insegnante sa trasformarlo anche in un vero piacere e in una soddisfazione per il bambino. I più bravi insegnanti aiutano anche lo sviluppo psichico e sociale del bambino e lo aiutano a trovare un suo significato dello stare al mondo grazie alla passione e all’impegno reciproco.

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Mentire durante una psicoterapia (giusto o sbagliato)

Mentire durante una psicoterapia (giusto o sbagliato)

La psicoterapia è un mezzo per parlare dei propri timori e delle proprie debolezze, può succedere di dire una bugia e di non essere completamente sinceri in terapia, giusto o sbagliato?

Il paziente in terapia deve sentirsi libero di scegliere quali argomenti portare al suo terapeuta e cosa invece tralasciare. Di certo non è compito del terapeuta quello di “costringere” a parlare di qualcosa di cui il paziente vuole tacere. Il terapeuta, infatti, non forza mai la discussione e non costringe mai a parlare di qualcosa di delicato e doloroso. Tuttavia, un buon terapeuta riesce a cogliere i segnali di sofferenza e dolore dalle parole e dal comportamento non verbale del paziente.

Il paziente, infatti, può anche mentire in terapia e dire delle menzogne. Egli, infatti, non ha nessun tipo di obbligo nei confronti del terapeuta riguardo cosa dire e cosa no. Tuttavia, può essere controproducente per la terapia dire menzogne e non raccontare tutta la verità. Se si va da un terapeuta per ricostruire un passato doloroso e per fare fronte agli eventi stressanti o alle vicende complicate è bene cercare di essere onesti.

E’ bene per la terapia che il paziente sia abbastanza onesto e cerchi di spiegare con parole proprie le sue difficoltà senza omettere troppi fattori e senza mentire. In ogni caso un buon terapeuta riesce a leggere fra le righe e riesce a cogliere anche ciò che non viene espresso verbalmente. Infatti l’occhio clinico del terapeuta riesce a capire dove il paziente sta mentendo oppure dove sta stravolgendo una verità o una situazione.

E’ proprio questa la bravura di un terapeuta, ovvero sapere leggere tra le righe e riuscire a comprendere anche le vicende più confuse. In ogni caso, se si vuole stabilire un buon rapporto con il proprio medico è bene riportare le vicende quanto più onestamente possibile in modo da creare un rapporto di fiducia duraturo che può aiutare nel risolvere le problematiche portate in terapia. Il paziente deve fidarsi del proprio terapeuta e anche il medico deve avere fiducia nel paziente. Infatti, in questi tipi di rapporti la fiducia è indispensabile ed è utile proprio a costruire un buon percorso di terapia.

Si consiglia, quindi, di coltivare la fiducia all’interno di un rapporto terapeutico e di essere più sinceri e leali possibile per porre le basi per una buona guarigione. La guarigione infatti può arrivare se c’è fiducia nel medico, verità e lealtà.

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Di cosa parlare con uno psicologo (argomenti)

Di cosa parlare con uno psicologo (argomenti)

Uno psicologo è una persona che per prima cosa ascolta e poi può dare un ordine logico a tutte le idee e le impressioni che vengono portate all’interno della terapia.

La prima fase di una terapia psicologica è sicuramente l’ascolto. Ma non meno importanti sono anche le domande che lo psicologo pone al paziente per capire di più sulla sua situazione psicologica attuale. Un buon psicologo durante la terapia deve avere la capacità di ascoltare in modo empatico e deve saper fare i giusti e adeguati interventi e le domande inerenti alla conversazione più opportune.

La prima fase di una terapia in genere inizia con la conoscenza del paziente. In realtà il paziente può presentarsi come meglio crede e può portare in terapia gli argomenti di cui ha maggiore interesse a parlare. Non c’è una regola sugli argomenti da portare in terapia. Lo psicologo non dà una lista di cose da dire e spiegare ma piuttosto ascolta e comprende con occhio clinico quello che il paziente prova il quel momento.

Durante una terapia con uno psicologo si può parlare della propria situazione attuale, del proprio lavoro o campo di studi, se ci sono problemi particolari da riportare nella terapia. In genere un paziente si rivolge ad un professionista della mente perché ha una sofferenza e ha bisogno di parlare del proprio vissuto emotivo. Gli argomenti da portare in terapia sono assolutamente soggettivi e dipendono dalla situazione di vita del paziente.

Se si prova un disturbo psicologico particolare è bene spiegare i principali sintomi e comportamenti e sarà lo psicologo a trovare una strada per sbrigliare e mettere ordine nel vissuto difficile del paziente. In terapia bisogna sentirsi liberi di esprimersi e di parlare di qualunque argomento senza paura. Infatti, uno psicologo non giudica e non dà delle valutazione ma ha il compito di ascoltare e dare un feedback per risolvere la situazione psicologica del paziente.

Lo psicologo non dà giudizi, il paziente si può sentire libero di esprimere tutte le sue opinioni e perplessità riguardo un argomento particolare e può dire il proprio punto di vista senza sentirsi giudicato.

La terapia deve servire proprio a tirare fuori quello che il paziente ha in mente e se ci sono particolari disturbi o sintomi lo psicologo può indicare una direzione da seguire per risolvere la problematica. Lo psicologo non è un giudice e di conseguenza non dice ciò che è giusto o ciò che è sbagliato ma può dare consigli e aiutare con la propria empatia e entrare in contatto con i vissuti emotivi del paziente.

In terapia il paziente può parlare sia della propria vita attuale ma può anche ricordare e verbalizzare il proprio passato proprio per capire se ci sono stati dei traumi o dei vissuti difficili. Spesso lo psicologo può porre domande sull’infanzia e sull’adolescenza del paziente proprio per comprendere come sono state le fasi di sviluppo più delicate. Tuttavia la terapia può focalizzarsi anche sul presente e si può parlare della propria vita attuale e di come il paziente conduce le sue giornate.

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